Mentre su Twitter vedevo cose che voi umani… sulle riviste legge paper stupendi su evoluzioni inattese, adattamenti astuti, tutt’un arte di arrangiarsi in natura e della natura – anche quella umana.
Non che siano mancate ricerche e baruffe sul clima, ma saranno per un altro post.

Da tempo, incipit proustiano but don’t panic, ammiro le piccole scimmie giapponesi, per via della celebre Macaca fuscata che sull’isola di Koshima scoprì per prima e insegnò alla sua tribù che le patate dolci – lasciate sulla riva sabbiosa da umani benintenzionati – vanno lavate o ci si rovina i denti.
Bref, su Science esce un numero speciale dedicato al confronto tra i genomi di 238 specie di primati, H. sapiens inclusa, per capire meglio la filogenesi e la causa e l’ampiezza delle differenze. Pareva una ricerca impossibile, “curiosity-driven”, poco finanziata, cosa ci poteva essere da brevettare? Ma i primatologi genomisti se l’aspettavano, si son organizzati e e il Primate Genome Project – avviato con finanziamenti di enti cinesi – è quasi finito.
L’articolo più affascinante (trovo) racconta un’adattamento che porta a un’evoluzione “sociale”: come nel nord-est dell’Asia, 55 specie di colobine (scimmie mangiafoglie) si sono adattate geneticamente a un clima freddo rispetto a quelle rimaste nei Tropici come in India e in Africa. Ma si sono adattate anche formando gruppi simpatrici, insiemi di famiglie ciascuna con uno stesso antenato. Più pronte a cooperare che a competere per le risorse, si sono date vere e proprie strutture sociali.
(Anche le macache che vanno alle terme con la prole hanno una gerarchia, e matriarche come fra gli scimpanzé.)
Diversamente dalle langur che si fanno mantenere nei templi indiani, le specie colobine del clima freddo non hanno fatto in tempo ad adattarsi alla nostra compagnia. H. sapiens ne ha distrutto gran parte delle foreste e le 12 specie principali sono a rischio di estinzione – come il 60% dei primati non umani.
Non mi fido molto delle associazioni tra numeri variabili di SNIPs su numeri variabili di geni e particolari tratti o malattie trovate con i GWAS (Genome-Wide Association Studies), e l’approfondimento “Hundreds of primate genomes offer window into human health – and our past” non mi ha fatto cambiar idea. Semmai la conclusione sulle applicazioni per curare malattie umane rare mi fa sospettare che quelle ricerche uscite su Science e Science Advances servivano al Progetto per raccogliere fondi.
(Se sbaglio a pensar male, meglio così.)
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Una singola ricerca in evoluzione culturale umana ha generato un altro “numero speciale”. Va detto che à molto divertente, vien voglia di portarla a scuola o in spiaggia e mimarla insieme ai ragazzini.
Domanda: “Con tutti i mezzi a disposizione, perché misuriamo ancora le cose con pezzi del nostro corpo?”.
Risposte
- nel paper di Roope O. Kaaronen et al. “Body-based units in cultural evolution“, un giro del mondo e delle lingue in 126 culture, la maggioranza delle quali lo trovano conveniente per l’ergonomia, l’accesso immediato alle unità pollice, piede, braccia, cubito ecc. senza frugare nei cassetti; l’economia dei gesti quando c’è da misurare una corda o una pezza di tessuto, magari il fatto che se gli altri usano, per esempio, il numero di noci di cocco bevute per le distanze in mare, ci sarà un motivo.
- nella deliziosa News, “Why do human societies still use arms, feet…“
- nel commento più antropologico “Embodying measurements“,
- nell’allegro thread del primo autore dove rivela di essere partito dalle proprie esperienze con l’info “due chilometri e mezzo”, mettiamo, così insoddisfacente per un trekking su e giù per le montagna o in kayak con il mare mosso (noci di cocco!).

