Il lockdown delle api

Un parassita detto giustamente Varroa destructor, e dagli apicoltori l’acaro maledetto, è diventato pandemico fra le api mellifere. S’attacca a una bottinatrice, entra con lei nell’alveare fino alle celle di covata e ci deposita le uova a centinaia.

Apis mellifera che ce l’ha fatta, foto John Severns/CC

Dalle celle escono api handicappate, all’inizio fanno le nutrici, riempiono di pappa le celle delle larve e delle pupe mentre hanno gli acari attaccati addosso pronti a fiondarsi dentro.

Le api mellifere hanno pochi geni per il sistema immunitario, dovrebbe accadere una strage. Invece no. Sono eusociali, cioè intelligenti, igieniste e altruiste (nota), sanno limitare le infezioni e i contagi con l’immunità indotta dai propri comportamenti.

Quali di preciso? Risposta in open access su Science Advances (grazie!)

All’università di Sassari, Michelina Pusceddu et al. hanno verificato una variante della teoria dell’immunità sociale chiamata “immunità indotta dall’organizzazione” del lavoro, e cinque delle sue previsioni.

Per mesi hanno osservato come le api si comportavano in 6 colonie con varroa e in 6 senza grazie a un trattamento settimanale con acido ossalico.

Dove il maledetto era assente, le api ballavano la “waggle dance” – che indica dove cercare cibo – sia al centro del favo che ai lati e appena fuori dall’alveare, e all’interno si pulivano reciprocamente di sporcizie e parassiti (allogrooming) ovunque

Apis cerana, distruttrice del destructor, foto Rushenb/CC

Dove l’abominevole era presente, danzavano soprattutto ai lati dell’ingresso per allontanare le bottinatrici potenzialmente infestate. In centro le nutrici aumentavano l’allogrooming e – anche se l’Apis mellifera è meno efficiente dell’Apis cerana nel togliere alle altre e ammazzare la varroa, scrivono gli autori – ne abbassavano il livello.

Unica previsione confermata.

Aumentavano anche il reciproco toccarsi le antenne (ital: antennation?) e la condivisione di cibo liquido (trofallassi):

  • La mancanza di distanziamento sociale, con addirittura una maggior connettività degli individui infestati contraddice le previsioni dell’immunità organizzazionale, mentre un aumento delle cure reciproche potrebbe essere una spiegazione ragionevole dal punto di vista dell’immunità sociale, poiché questo comportamento può contribuire a ridurre la carica parassitaria.

Attorno alla nursery infestata c’era un cordone sanitario. Dentro, le larve e gli individui fragili erano curati di più perché le nutrici ci rimanevano invece di diventare bottinatrici. Fuori, gli individui robusti erano meno puliti e magari si beccavano pure un’infezione. Mancavano nuove bottinatrici, le scorte ne risentivano. Senza gli apicoltori a portare sciroppo per l’inverno le colonie avrebbero patito la fame, ma sarebbero sopravvissute.

Com. stampa dell’UCL, Graphic Detail: Disease control dell’Economist

Nota

La varroa rende le api più suscettibili al virus delle ali deformi (Dwv) ed è sospettato di aver contribuito alla sindrome dello spopolamento degli alveari tra il 2006 e il 2008.

Stando a una ricerca uscita in aprile su Scientific Reports, le nutrici sarebbero cannibali. Mangerebbero le larve infestate dalla varroa e infette dal Dwv, e infette a loro volta se n’andrebbero in giro a spargere il virus. Forse, in condizioni sperimentali irrealistiche

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