Disinformare in 3D

Oggi a Nairobi, in una delle conferenze sull’adattamento ai cambiamenti climatici, l’Istituto per il dialogo strategico presenta la sintesi di “Deny, Deceive, Delay“.

Documenta la disinformazione propagata nei media e social media da pochi “esperti” per ostacolare le misure di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici. Come altre ricerche uscite sulle riviste scientifiche, è un po’ frustrante perché analizza solo fonti anglofone.

h/t The Guardian, “l’anomalia” nella sezione dedicata ai media on line, e del quale il rapporto dice solo bene. Gli altri sono The Daily Mail, The Telegraph, Watts up with that (!) e The Wall Street Journal.

I risultati confermano una tendenza evidente anche in Italia. Il negazionismo puro e duro perde seguaci, e la “climate war” si trasforma in “culture war” contro liberali/anticapitalisti/buonisti (omissis) e varie specie di angurie verdi fuori e comuniste dentro. Sono rei di “ipocrisia”, “elitismo” e “assoluzionismo”. Quest’ultimo è una forma di “benaltrismo”: i limiti alle emissioni climalteranti e inquinanti in USA o nella UE vengono derisi come inutili e autolesionisti perché “in Cina” o “in India” intanto…

Noi angurie siamo pure credulone: tutte le fonti di energia pulita sono intermittenti nello stesso momento; le auto elettriche sono meno efficienti e più inquinanti di quelle a benzina o diesel.

A differenza delle riviste che per evitare querele non pubblicano i nomi e le affiliazioni dei principali influencer, “Deny, Deceive, Delay” li identifica. Alex Epstein e Jordan Peterson sono menzionati solo en passant fra i 16 “superdiffusori” di bufale. D’altronde sul razionamento dell’elettricità nei paesi che hanno investito nelle rinnovabili, ricevono pochi like e retweet.

Invece sono oggetto di “case studies” quelli che vantano un passato da ambientalista, reale o immaginario:

Il periodo gennaio 2021-marzo 2022 scelto per la raccolta dati ha il vantaggio di fornire esempi concreti dell’attività di singole reti a proposito della COP26 e del blackout in Texas dell’inverno scorso. E il difetto di essere molto provinciale.

Nel primo caso, i protagonisti in tv e nei giornali sono politici più ridicoli che influenti. Nel secondo, manca la smentita nei giornali locali e in rete degli “inganni” del governatore repubblicano e altri sodali delle BigOil & Gas e del distributore locale di elettricità (il Texas ha una propria rete, non collegata a quella degli stati confinanti).

Più in generale, mi piacerebbe se ricerche così mostrassero quanto e come la società civile – per semplificare – si difende dal 3D. Tanto più che l’ISD trova insufficienti l’avvertenza “contenuti ingannevoli” messa da FaceBook (i tre case studies riguardano solo FaceBook e i suoi algoritmi) e chiede provvedimenti più efficaci come quelli contro l’incitamento all’odio

Senza dati sull’efficacia o meno di un’informazione corretta e tempestiva – l’effetto di Michael Mann sulle elezioni australiane, per dire – trovo che siano difficili da giustificare. E come per i vaccini, rischierebbero di azzittire i perplessi in buona fede.

La correlazione con la rissa italiana sul nucleare è del tutto casuale…

4 pensieri riguardo “Disinformare in 3D

    1. Lol! Grazie, corretto. Tanto per farmi subito una reputazione, ho attivato l’account twitter, per difendere Valigia blu e il primo giorno ho risposto “Signora C.” a un evidente Signor C.

      Piace a 1 persona

  1. Facebook è diventato invivibile. Hanno seri, serissimi problemi con la disinformazione. Ma è un po’ così su tutti i social. D’altra parte, cosa possiamo aspettarci se la stessa stampa pubblica immondizia senza nemmeno preoccuparsi di verificare le fonti? e la TV…L’unica salvezza è nella lotta all’ignoranza, nella conoscenza, anche di certi meccanismi acchiappaclick che smujovono la pancia e fanno indignare. Ma l’utente medio ne è totalmente ignaro, continua ad arrabbiarsi e a condividere. È egli stesso un virus, ormai, che dilaga e a stento si controlla.

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    1. Già, nessuno è immune. Perfino certe riviste scientifiche fanno disinformazione, a volte con conseguenze letali.
      Da qualche giorno provo a usare Twitter con l’idea – l’illusione – di contribuire nel mio piccolo alle “misure di contenimento”, ma è una prova.

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