Un invito a pensare

Grazi a P. A., un socio di Action Aid, ho letto il saggio di Nancy Lindisfarne e Jonathan Neale, “Afghanistan: la fine dell’occupazione“. Aiuta a capire le conseguenze di 43 anni di guerre, trovo, e a schivare la propaganda di vincitori e vinti.

Traduco il riassunto iniziale, così potete farvi un’idea e semmai usare google per il resto:

In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, sull’Afghanistan vengono scritte molte sciocchezze, spesso nascondono verità importanti.

  • Primo, i talebani hanno sconfitto gli Stati Uniti.
  • Secondo, hanno vinto perché hanno un maggior sostegno popolare.
  • Terzo, non perché la maggior parte degli afghani ami i talebani, ma perché l’occupazione americana è stata insopportabilmente crudele e corrotta.
  • Quarto, anche la Guerra al terrore è stata sconfitta politicamente negli Stati Uniti. Ora la maggioranza è favorevole al ritiro dall’Afghanistan e contraria a ulteriori guerre in paesi stranieri.
  • Quinto, è un punto di svolta nella storia mondiale. La più grande potenza militare del mondo è stata sconfitta dalla gente di un paese piccolo e disperatamente povero. Il potere dell’impero americano ne sarà indebolito in tutto il mondo.
  • Sesto, la retorica del salvare le donne afgane è stata ampiamente utilizzata per giustificare l’occupazione e in Afghanistan molte femministe hanno scelto di stare dalla parte degli occupanti. Il risultato è una tragedia per il femminismo. (Nota)

Il nostro articolo spiega questi punti. Poiché è breve [non proprio, ndt], affermiamo più di quanto dimostriamo. Ma abbiamo scritto parecchio su genere, politica e guerra in Afghanistan da quando, come antropologi cominciavamo a far ricerca sul campo quasi cinquant’anni fa. In fondo, trovate i link a gran parte di questo lavoro, così potete esplorare i nostri argomenti più particolareggiati.

Nota

Per dirla con gli autori “non è così semplice”. In Afghanistan, Hawca, la principale Ong femminista, Rawa, l’associazione delle afghane rivoluzionarie basata in Pakistan, e le volontarie della loro rete erano contro l’occupazione. Così come erano contro i talebani, i mujaheddin e i signori della guerra.

In Gran Bretagna e in USA, alcune femministe hanno creduto a quel pretesto, ma non erano tutte così ingenue. Sapevano che nei paesi occidentali le musulmane erano spesso aggredite se uscivano con il velo, che certi politici volevano vietarlo – talebani a modo loro.

Dubito che ci abbiano creduto le femministe dei paesi dove gli USA e i loro alleati appoggiano e armano quelli che le perseguitano.

2 pensieri riguardo “Un invito a pensare

  1. Il ragionamento “se non stai con loro (talebani) stai con gli altri (forze alleate)” è tipico del mondo anglosassone. Faticano a uscire dagli schemi duali, a pensare che magari si possa stare né da una parte né dall’altra. Non voglio perdermi in analisi sociologiche di cui mi mancano le basi ma mi pare che un po’ tutta la storia, almeno degli ultimi 70 anni, negli USA sia di questo tipo: o con noi o con loro.
    Ho trovato illuminanti le osservazioni di Arundathy Roy su questo punto, scritte già venti anni fa quando NON essere con gli USA in tutto e per tutto voleva dire essere accusato di essere un fiancheggiatore di Al-Qaida. Ci si è già dimenticati delle “freedom fries”?

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