Aiuti umanitari

Su Nature, Caterina La Porta e Stefano Zapperi paragonano provenienza e destinazione dei dottori di ricerca “in fuga” tra il 2011 e il 2020 con le classifiche internazionali che “dipingono un quadro desolante delle università italiane”.

In comoda traduzione nel caso il tema interessi – non si sa mai – i governanti che devono realizzare le ambizioni del PNRR, concludono che:

  • I dati sulle assunzioni di docenti negli Stati Uniti raccontano una storia diversa.

Eccola.

  • Abbiamo scoperto che quasi 3.000 docenti assunti negli Stati Uniti nell’arco di tempo considerato hanno conseguito il dottorato in Italia. Questo numero è sorprendente, soprattutto se confrontato con i 7.384 ricercatori tenure-track assunti in Italia nello stesso periodo. 

“Graduation cap etc.” – fonte

Di recente, la situazione è un po’ migliorata e circa mille post-doc su 10 mila vengono assunti in patria. (Ho l’impressione che parecchi* dottorand* di Caterina e Stefano siano prenotati da università di paesi UE che collaborano con il loro Centro per la complessità e i biosistemi, alla Statale di Milano.)

Contribuiscono a ripianare il deficit di docenti in scienze, clinical sciences comprese, tecnologia ingegneria e matematica – le materie STEM – in un paese ben più ricco. E dove studenti stranieri spendono oltre $41 miliardi/anno per la propria formazione.

Su Twitter, lo Zap riassume in inglese – per non provocare coccoloni? – i dati per fisica, ingegneria e biologia

  • 35% of the faculty trained at Italian universities were hired by US departments belonging to the top 25% group in terms of prestige. This fraction is 35% for Sapienza, 32% for the University of Milan, 36% for the University of Naples and 54% for graduates of the Scuola Normale.

Accid…

L’articolo di Nature mi ha ricordato una conversazione con Mario Coluzzi, esperto mondiale di malaria, della Sapienza. (Aveva ricevuto soldi del ministero degli esteri e dell’Istituto Pasteur per attrezzare e formare ricercatori in Mali, e in Burkina Faso se non ricordo male). Era appena uscito un paper sul “brain drain” dei medici dall’Africa agli USA. E’ dovuto soprattutto alle borse di studio distribuite dal governo statunitense, diceva, e dai paesi ex coloniali nel quadro dei “cosiddetti aiuti umanitari”.

Diffidava degli accordi bilaterali e aveva ragione, come sempre

Avevo letto anche saggi e critiche del giurista Richard Posner che aveva suggerito di mettere all’asta gli orfani. Il miglior offerente li avrebbe sicuramente trattati bene dovendo “valorizzare il proprio investimento iniziale” per mirare alla “massimizzazione della ricchezza”.

Bref, sul domenicale del Sole suggerivo di fare la stessa cosa per i cervelli senza un’alma mater disposta ad adottarli. (Ci riprovavo quasi dieci anni dopo su Oggi Scienza, a proposito di un’iniziativa del governo russo.) La base d’asta era stata calcolata a spanne dal prof. Coluzzi. Di mio, molto più spanne, stimavo che la materia grigia made in Italy era in grado di ripianare il deficit della bilancia commerciale.

(Tanto, nessuno mi prendeva sul serio.)

Caterina e Stefano scrivono che i criteri usati nelle classifiche penalizzano le almae matres che tra altri difetti non hanno ancora imparato l’arte dell’auto-promozione. Per di più

  • L’Italia non sembra in grado di capitalizzare il grande potenziale costituito dalle persone che forma. I dati dicono però che la qualità della formazione e della ricerca in molte materie, soprattutto quelle STEM, rimane alta.

Per dirla con Posner, andrebbe valorizzato l’investimento iniziale di circa 300-400 mila euro/cervello. Sempre che la qualità della loro formazione non risenta di una fuga dei più “meritevoli” in corso da decenni.

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