Ingiustizia penale

Se la civiltà di una democrazia si misura dalle sue prigioni, per parafrasare Dostoevskji, gli Stati Uniti sono una barbarie senza rivali.

Il titolo del post è in copertina di Science, sotto una bandiera a dollari e strisce d’acqua nelle quali c’è gente che cerca di non affogare. L’editoriale “Analizzare l’incarcerazione di massa” di Sean Joe, dell’università Washington a Saint Louis, fa da prefazione a un numero speciale che esce mentre è in corso la vera cancel culture, una battaglia per cancellare i diritti umani e civili come ce ne sono quando è finita la guerra di Secessione.

Ruby Bridges, 6 anni, scortata da agenti del Dip. di giustizia durante le proteste dei segregazionisti a New Orleans, 1960 – foto: DOJ

Oggi i razzisti non rivendicano la libertà di linciare, non esigono scuole segregate, non usano la pianificazione urbana per rinchiudere le minoranze in quartieri “monocolori”. Preferiscono eliminare dai libri di scuola ogni accenno alla schiavitù perché turberebbe le testoline bionde ed estromettere dalle università storici, giuristi, politologi e sociologi che ne studiano le ripercussioni.

L’editoriale cerca di essere obiettivo, di parlare solo di ricerca, ma fa capire che l’American Association for the Advancement of Science, l’editore della rivista, si schiera con la civiltà.

Ci sono quasi due milioni di prigionieri, scrive Sean Joe, in proporzione più di ogni altro paese al mondo, perché gli americani commettono più delitti?

  • Improbabile—il tasso di delinquenza è paragonabile a quello di molti paesi occidentali industrializzati. Sebbene il tasso di delitti gravi sia aumentato durante l’epidemia di crack-cocaina, culminato nel 1993, è poi sceso a un livello mai visto dagli anni Settanta. Eppure si stima che la popolazione carceraria sia aumentata del 700%.

Pene sempre più severe per piccole infrazioni (misdemeanor), giudizi e poliziotti razzisti e corrotti, prigioni in mano ad aziende private che lucrano sulla detenzione, in particolare dei minorenni.

Le cause sono note a tutti. Ma ai ricercatori, mancano i dati. Sono sparsi fra decine di enti locali, statali e federali. Sono anche

  • intrisi di pregiudizi (bias) e non progettati per aiutare i policy-maker e il pubblico a capire cosa sta succedendo.

Quando il pubblico preso di mira lo capisce, protesta e finisce in prigione.

Nella breve introduzione “An outlier of injustice“, Tage Rai e Brad Wible sono più espliciti:

  • Nel rintracciare le radici del sistema ai tempi della schiavitù, i ricercatori esaminano l’interazione tra incarcerazione, richiesta di mano d’opera e dominazione razziale nel mercato del lavoro. Mentre la giustizia penale diventa più vasta e costosa, il sistema estrae ricchezza dalle comunità povere che depreda per sopravvivere fiscalmente. La rete sempre crescente di incarcerazione invischia quantità straordinarie di persone di ogni gruppo razziale, con quasi metà degli americani che hanno un congiunto, un parente, un fratello, una sorella o un figlio che è o è stato incarcerato. Per sostenere un sistema simile, molti americani negano psicologicamente il razzismo strutturale che sta al centro della giustizia penale.

Tutti gli articoli sono in open access:

Possono servire anche in altre democrazie, penso.

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