Predatrici e mezzane

Quando le lontre marine scavano per decenni nei prati di zostere del Pacifico settentrionale e le strappano per procurarsi granchi o vongole, le zostere fioriscono di più e si riproducono sessualmente invece di clonarsi.

Lontra che si gode il ripristino di un ecosistema californiano, foto Betsy Matsubara CC

Più dura l’intromissione e più le piante diventano geneticamente diverse anche se di poco. Si adattano e resistono meglio “alle perturbazioni”, comprese quelle delle lontre che ne disperdono i semi, scrivono Erin Foster, James Estes et al. su Science.

Ipotizzano che in passato

  • La fioritura potrebbe esser stata promossa anche dalla “mietitura” tradizionale dei rizomi e dei semi della Z. marina da parte delle popolazioni indigene, una pratica che è declinata con la colonizzazione europea.

D. Ma come hanno fatto Erin Foster et al. a osservare per decenni la differenza tra lontre sì e lontre no?

R. C’erano esperimenti in natura con tanto di “gruppi di controllo”.

Nel 1971 gli USA decisero di far esplodere la testata Cannikin sotto l’Amchitka, un’isola dell’Alaska. Ci furono proteste degli ambientalisti, Greenpeace in particolare, perché la zona era una delle poche dove nell’Ottocento i cacciatori di pellicce non erano riusciti a sterminare le lontre.

Scrive Joe Roman,

  • La Commissione nazionale per l’energia atomica ne traslocò centinaia nel sud-est dell’Alaska e in British Columbia, dove non ce n’erano più. (Quelle rimaste morirono quasi tutte.)

Gli ambientalisti provavano a reintrodurle dalla fine degli anni ’60, gli ecosistemi “disturbati” e quelli di “controllo” abbondavano.

Da dottorando, John Estes cominciò a studiare l’effetto della presenza e dell’assenza delle lontre prima e dopo il test del Cannikin. In Serendipity, an ecologist’s quest to understand Nature, racconta le scoperte fatte via via.

La più nota è la cascata trofica lontre -> ricci -> kelp. Le lontre mangiano i ricci, cala l’abbondanza dei ricci e aumenta quella del kelp. Ma come prevedeva Estes, la cascata non si ferma lì,

  • influenza la dieta delle aquile calve e dei gabbiani glauchi [Larus glaucescens], l’abbondanza del pesce e perfino il ciclo del carbonio.

E’ iniziato il Decennio delle Nazioni Unite per il ripristino degli ecosistemi, conclude Roman,

  • occorre dedicare maggior attenzione alla ricostituzione delle popolazioni animali e delle funzioni ecologiche essenziali che forniscono – con tutta l’urgenza e le risorse di uno sforzo bellico, ma senza bombe atomiche.

Preach, bro.

*

Per la Giornata mondiale del cibo (sabato scorso), Nature Climate Change ha messo in homepage una sua bibliografia in tema, non in open access però di solito il corresponding author manda volentieri il pdf o l’ultima bozza alle Ong.

Avevo già segnalato “Anthropogenic climate change has slowed global agricultural productivity growth“, mi sembra. Dovrebbe interessare anche “Plant pathogen infection risk tracks global crop yields under climate change“, un modello eco-fito-climatico di Daniel Bebber et al., rintracciabile all’università di Exeter – com. stampa dignitoso.

Agg. Sabato sono stati anche assegnati i Bologna Awards. Quest’anno per la prima volta se non ricordo male, la giuria s’è divisa a metà e ha votato ex-aequo per

Lea NicitaGlobal Research Fellow presso Yale University – School of the Environment, e del CMCC di Venezia

attraverso le sue ricerche ha reso evidente il valore intrinseco, anche economico, della biodiversità per la produzione agroalimentare: maggiore biodiversità equivale per le aziende agricole a una maggiore dotazione di servizi ecosistemici, quindi una maggiore capacità e una migliore qualità di produzione, una maggiore resistenza ai cambiamenti climatici.

Alessandro Matese, coordinatore dell’Istituto per la Bio-economia del CNR

attraverso il progetto di ricerca internazionale DATI, condotto in particolare nelle aree agricole della Maremma, ha impiegato le tecnologie dell’agricoltura digitale e di precisione al servizio dell’uso razionale della risorsa idrica.

*

Da Climalteranti Vittorio Marletto e Gianluca Lentini riassumono i contributi di Suki Manabe e Klaus Hasselmann – e uno di Giorgio Parisi – ai modelli climatici.

In un’intervista allo storico Spencer Weart, Manabe ricostruisce la loro genealogia. Dalla metà degli anni Sessanta alla fine degli anni Settanta, rimangono una specialità statunitense, poi tutti i modelli beneficiano dei tentativi, errori e successi iniziali.

I governi repubblicani e democratici avevano preso sul serio le proiezioni del rapporto Restoring the Quality of Our Environment e finanziavano esperimenti con modelli “in competizione”. Quelli del Met Office britannico sono arrivati “molto tempo dopo”.

Poco dopo la famosa testimonianza di Jim Hansen al Congresso, George Bush padre era in campagna elettorale e sembrava prenderli sul serio anche lui:

  • Chi pensa che non abbiamo il potere di far qualcosa per “l’effetto serra” dimentica “l’effetto Casa Bianca. Nel mio primo anno da presidente, convocherò una conferenza globale sull’ambiente alla Casa Bianca. Includerà i sovietici, i cinesi… L’agenda sarà chiara. Parleremo del riscaldamento globale.

Ospitò la conferenza nel 1990 infatti, ma era un petroliere texano

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