L’altra mobilitazione

C’è una solidarietà con i profughi ucraini “come all’inizio della pandemia,” dice R., un’ascoltatrice di radiopop incontrata davanti alla libreria Feltrinelli. “Non come l’estate scorsa, quando arrivavano i profughi afgani.”

Veramente erano così pochi che hanno trovato subito una casa. “No, è che gli ucraini sono come noi.” Allora non dovremmo aiutarli? “Che domanda!”, ma si chiede se una raffinata libreria-sala da tè aperta da poco nel quartiere avrebbe raccolto aiuti anche per famiglie africane.

(R. è ben informata, sa che alle frontiere con l’Ucraina gli studenti africani venivano respinti.)

Forse no, c’è razzismo dappertutto, ma quel senso di vicinato mi sembra normale. Anche durante la guerra nell’ex Jugoslavia, a Milano avevamo accolto migliaia di donne e bambini. Se succedeva a loro poteva succedere anche a noi, non serviva uno sforzo di immaginazione.

Non è convinta. Comunque “per le donne e i bambini è più facile”. Nel senso che diffidiamo degli sconosciuti dappertutto.

In realtà per loro è più difficile, sono prede indifese anche in tempo di pace, anche in Italia. “Questo è vero.”

Action Aid – che ha bisogno di soldi anche se pratica sia il femminismo intersezionale di cui dicevo ieri che il prima le donne e i bambini – fa parte della cordata di Ong che assistono circa 230 mila persone – di ogni genere, colore e nazionalità – in fuga dalla guerra in Polonia, in Romania e in Ungheria. Con cibo, acqua, kit igienici e una sua specialità: “spazi sicuri” dove evitare la violenza di genere.

A Napoli, in Puglia e in Calabria – grazie a volontari* eccezional* – partecipa a un’iniziativa europea che si chiama SWEET per “Supporting Women in Emergency with Environments of Trust”: sostenere le donne in un’emergenza con ambienti di fiducia. Crea un posto dove si sentono al sicuro, libere di parlare, ascoltate senza essere giudicate, al proprio agio almeno per un po’.

Il modus operandi è quello di ogni emergenza, cambia solo il contesto: mappare i bisogni insieme alle comunità russofone e ucraine di riferimento; comprare e distribuire i beni e i materiali necessari; facilitare i rapporti con le istituzioni, i servizi sociali, legali, sanitari, le scuole.

R. sostiene già Non una di meno, Emergency, la radio… Non glielo dico, mica posso chiederle di sostenere anche Action Aid. Però credo che parteciperebbe volentieri a SWEET se si creasse a Milano. E forse anche la libraia di via Dezza.

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