“Nessuno è troppo piccolo…

… per fare la differenza” è il titolo del libro di Greta Thunberg. Potrebbe essere quello dei capitoli 5, 7 e 17 del vol. 3 del VI rapporto Ipcc, a maggior tasso di novità e “motivi di speranza”.

La colonna di sinistra dovrebbe far discutere (nota)

Novità per chi come me non ha accesso a tutte le riviste di socio-economia…

Non riguardano la militanza, indispensabile per costringere i governanti a rispettare i propri impegni e a prenderne di più ambiziosi o non se ne esce. Però stimano l’effetto di scelte personali che oltre a riscaldamento globale, frequenza e intensità di eventi meteo estremi, inquinamento dell’aria, innalzamento del livello del mare e la sua acidificazione riducono anche la frustrazione e il senso di impotenza.

A occhio, direi che siamo circa un miliardo a poter guadagnarci in buon umore risparmiando sul superfluo.

Per i particolari tecnici, rimando all’approfondimento, sempre sia lodato, di Carbon Brief fatto a domande e risposte (è così anche nel vol. 3):

  • 5. How can shifting peoples’ demand for products and services cut emissions? (Come può una nostra domanda diversa di prodotti e servizi tagliare le emissioni?)
  • 6. What impact can the food system and dietary choices have on emissions? (Che impatto può avere il sistema e le scelte alimentari?)
  • 17. Will meeting climate goals help or hinder sustainable development? (Raggiungere gli scopi climatici faciliterà o intralcerà lo sviluppo sostenibile?)

Le domande ci riguardano, l’ultima ancora di più se sosteniamo un’Ong internazionale. La novità è che lo “sviluppo” (growth) comprende la crescita non solo del PIL ma anche del “benessere” (well-being) i cui indici sono parecchi, ma non proprio affidabili.

Nel cap. 5:

  • FAQ 5.3 – Is demand reduction compatible with growth of human well-being? (la riduzione della domanda è compatibile con la crescita del benessere umano?)

Risposta: sì.

  • Viene sempre più riconosciuto che il solo valore monetario della crescita del reddito (il PIL diviso per il numero di abitanti) non è una misura sufficiente del benessere (welfare) nazionale e del benessere (well-being) individuale.

E’ una bozza con le correzioni raggruppate in cima, e in fondo a ogni pagina c’è scritto “non citare, non distribuire”… Riassumo io il resto.

Per decidere come mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici, bisogna tener conto di una varietà più ampia di bisogni: benessere individuale, stabilità macroeconomica, salute del pianeta. Per ora è lo sviluppo economico a far lievitare le emissioni di gas serra, ma esistono paesi che le hanno ridotte senza ridurre la cittadinanza sul lastrico. Ancora pochi, purtroppo.

Fine riassunto.

Il problema è che nel database degli scenari socio-economici (IAMs) raccolti dallo IIASA, link nel post dell’altro ieri, non ci sono quelli del calo dei consumi di combustibili fossili accompagnato da una crescita del benessere di cui parlo ogni tanto (rif. papers di Julia Steinberger, Joeri Rojelj et al.). Nel capitolo 3, se ne lamenta passim la sezione 3.2 e a lungo l’inizio della sezione 3.9 “Metodi di valutazione e lacune di conoscenze e dati” a p. 3-116, 134 nella colonna di sinistra.

Eppure in letteratura esistono. Se ne ho visti io, figurarsi gli specialisti.

Non credo che sia per cattiva volontà perché tra i contributing authors figura anche gente bravissima che li ha prodotti. Julia Steinberger, per dire, è coautrice del capitolo 3…

Gli scenari sono tramessi da “istituzioni” e “gruppi di ricerca” di ogni paese firmatario della convenzione Onu sul clima (Unfccc). Solo che gli autori di scenari più equi e “ridistributivi” (altra parola nuova in un rapporto Ipcc!), sono per lo più giovani, precari e mobili, collaborano con gruppi di paesi diversi. Si sono ribellati agli IAMs canonici, usano nuovi standard e metodi per creare scenari confrontabili – un po’ come i modelli climatici.

Nella UE se ne occupa il consorzio Medeas, ma ce ne sono altri.

Nota

Come nel rapporto speciale +1,5 °C, la cattura – con sequestro ed eventuale trasformazione – del carbonio dall’atmosfera fa parte delle soluzioni negli scenari a lungo termine. E’ “responsabilità dell’emittente” che attualmente paga $60 a tonnellata di carbonio emessa o li riceve come incentivo per sequestrarla, scrivono Myles Allen e Hugh Helferty su The Conversation.

Ma l’AR6-WGIII ha valutato ricerche uscite entro ottobre 2021. Con l’invasione dell’Ucraina e i prezzi di petrolio e gas più che raddoppiati, occorre passare a una “responsabilità del produttore”:

  • The vast bulk of fossil carbon dioxide comes from products produced and sold by fewer than than 80 companies – all of whom are doing rather well at the moment.

Tradotto: stanno facendo profitti osceni e comunque

  • si preparano già a costruire impianti per catturare la CO2 dall’aria con incentivi di circa US$300 a tonnellata. Quindi si può fare. La questione è se questi impianti possono farlo su una scala in grado di fare una differenza e c’è un solo modo per scoprirlo: costruirle.

Secondo me, è più facile che i paesi dell’Opec+ escano dall’Accordo di Parigi…

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