Foreste e CO2, cont.

Intramontabile bufala bigoilista: la CO2 è IL cibo per le piante, ridurne le emissioni equivale a ridurre l’umanità alla fame. Nella realtà senza acqua, nutrienti vari e temperature decenti, non cresce neanche un fico d’india.

Però è vero che gli alberi catturano tanta CO2 dall’aria. Nel 2019 si apprendeva da un paper di Science preceduto da una campagna di pubbliche relazioni, che piantare 4,4 miliardi di ettari di foreste non solo è “la soluzione più efficace” della crisi climatica, la via maestra verso net zero e appena 1,5 gradi in più a fine secolo, è anche naturale e pronta per l’uso.

Perfino Trump era entusiasta.

Il paper era pieno di errori, alcuni grossolani. Però va detto che simulare quanta CO2 viene sequestrata grazie alla fotosintesi della foresta globale richiede stime audaci e “assunti eroici”. I pixel verdi come la clorofilla delle immagini satellitarie vanno tradotti in “produzione [vegetale] primaria lorda”. Più una foresta è produttiva, più cattura e sequestra carbonio.

Primo problema: così una foresta è pura canopea, senza tronchi né rami né radici, e non invecchia mai.

Tronchi della foresta inglese, foto di Scott Wylie, Creative Commons

Su Science di oggi, Antoine Cabon e altri 21 autori propongono di distinguere tra il carbonio alla “fonte”, nella produzione primaria lorda, e quello sequestrato nel pozzo (sink) dalla “crescita legnosa” del tronco (non dovuta alla fotosintesi della clorofilla, ma dei carboidrati). Per riuscirci – semplificazione eroica mia! – hanno usato da un lato il flusso di carbonio misurato per decenni con gli esperimenti FACE (free air CO2 enrichment) in 77 foreste del nord America e dell’Europa occidentale, e una del sud dell’Australia, e li hanno confrontati con la dendrocronologia degli anelli prelevati in 31 di quelle foreste e in 1800 alberi del circondario.

(Ho scoperto che esiste una banca mondiale degli anelli, l’International Tree-Ring Data Bank ospitata dalla NOAA e da Copernicus. Per chi ha tempo e voglia, il paper è in open access, ci sono altre sorprese.)

Dalle differenze tra le due serie di dati, hanno ricostruito i rapporti tra il carbonio della chioma e quello dei tronchi nelle foreste di angiosperme e di gimnosperme. La “produttività” di chiome e tronchi non aumentava di pari passo, non reagivano al clima, freddo, siccità, caldo ecc., nello stesso modo. L’unica correlazione “significativa” era che quando la crescita del tronco era stentata, la chioma e la sua cattura del carbonio ne risentivano. Con molta cautela, concludono così:

  • Nell’insieme, tener conto del fatto che i pozzi limitano la crescita degli alberi potrebbe abbassare le proiezioni per il sequestro del carbonio da parte delle foreste in molte regioni. In futuro potrebbe compromettere la loro capacità di sequestrare carbonio da parte delle foreste e il loro potenziale per la mitigazione dei cambiamenti climatici.

Nella perspective, Julia Green e Trevor Keenan notano che non bastano né gli anelli né la produzione lorda a stimare quel potenziale e che serve più ricerca anche ad altre latitudini – gli autori son già d’accordo.

Agg. 18/05

Nel commenti, M.M. segnala il com. stampa dell’università dello Utah su Phys.org e la sezione sui rischi climatici per le foreste di Carbon Plan.

*

Ieri dicevo del paper di Cristian Lussana, Rasmus Benestad et al. sulla maggior frequenza e intensità delle piogge su superfici più piccole, e di uno studio giapponese sui cicloni tropicali che osservava la stessa cosa per il Pacifico nord-occidentale.

Oggi su Science Advances, Hiroyuki Murakami scrive che negli ultimi 40 anni

  • il calo degli aerosol [inquinanti] sopra l’Europa e gli Stati Uniti ha contribuito significativamente alla diminuzione dei cicloni tropicali sull’emisfero sud e al loro aumento sul nord Atlantico, mentre l’aumento degli aerosol nell’Asia del sud e dell’est li hanno fatti calare nel Pacifico nord occidentale.

Nelle mappe si vede che c’è una correlazione, ma in periodi sfasati. E l’effetto degli aerosol sulla temperatura dell’aria sopra l’oceano e quindi sulla formazione dei cicloni dipende da tipo dalla loro composizione (i solfati rinfrescano, per dire, invece le polveri carboniose riscaldano). Insomma la causalità mi sembra un po’ tirata per i capelli, e forse anche all’autore perché scrive “we speculate” e nella seconda metà del paper elenca una serie di “caveat”.

Il mio è che a sostegno della sua ipotesi cita i risultati del modello SPEAR e di 10 paper di cui è co-autore, e nessun altro.

*

P.S. Al venerdì escono gli short di Leonid Schneider.

*

P.P.S. Carmel Harrington et al. avrebbero scoperto che un enzima, la butirrilcolinesterasi, è un “marcatore del rischio” di sindrome della morte in culla (SIDS). Purtroppo non è così. Gli autori ne confrontano il livello in campioni di sangue di bambini morti di SIDS, per altre cause e in buona salute. Ma dal gruppo dei morti per altre cause hanno escluso sei casi su 26 perché il livello dell’enzima “era troppo basso rispetto alla curva standard” nei neonati sani. E’ scorretto. Se fossero stati inclusi, non ci sarebbe stata alcuna differenza statistica fra i tre gruppi.

8 pensieri riguardo “Foreste e CO2, cont.

  1. Vediamo se non ho capito male.
    Il carbonio sequestrato dai vegetali è utilizzato per la sua crescita.
    Noi abbiamo quasi raddoppiato la massa di CO2 in atmosfera ma la massa totale di vegetazione non mi pare raddoppiata, forse è la stessa, forse è diminuita. Le foreste mi sembrano diminuite, ad esempio.

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    1. Mi sa che avevo semplificato troppo! Da quello che ho capito, il carbonio sequestrato nei carboidrati della “produzione secondaria”- usato per la crescita dei tronchi – non dipende solo dalla CO2 disponibile, ma da altri “fattori limitanti” – acqua in primis come dice il nome.

      “Le foreste mi sembrano diminuite”
      Altroché. Stando al rapporto FAO di due settimane fa, dal 1990 sono diminuite del 10% – circa 400 milioni di ettari (a memoria)

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      1. Se ho ben compreso, oltre ai fattori limitanti citati, l’articolo menziona da calcolare anche le perdite dovute al processo di respirazione e quindi di usare come parametro più affidabile la produzione netta primaria (appunto da distinguere dalla lorda) aggiungendo, inoltre, che in base ad ulteriori fattori l’allocazione del carbonio può variare non essendo solo verso la biomassa legnosa misurata tramite gli anelli.

        Per curiosità, rimembrando qualche sottolineatura che sarà ormai sbiadita quanto la memoria delle stesse, stavo cercanco qualche articolo sulla fotorespirazione (che poi se c’è eventualmente da calcolare qualche vantaggio immagino riguarda le C3) e mi è invece capitato questo restando forse in tema.
        Dell’articolo di Bastin et al. mi ero soffermato sulla Fig. 3 relativa a potenziali rischi e perdite in base agli scenari climatici. Da includere negli errori?

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      2. Sono vittima di un “disservizio massiccio” di Fastweb e non riesco a controllare…

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  2. In bocca al lupo per il disservizio.
    No, non è da includere tra le sottovalutazioni. Tra l’altro mea culpa a chiedere che ho recuperato il post su Climalteranti postato anche in questa sede e riprende anche la figura oggetto della domanda. Anche ‘l’eventualmente’ deve fare i conti con possibili limitazioni di nutrienti ed altre variabili (temperatura, disponibilità idrica) già citate.

    Nota: non so quanto vale per le foreste in generale (e magari sempre nei tropici), sicuramente per i campi coltivati se ne parla, ci sarebbe da valutare anche come evolveranno le problematiche legate agli stress biotici.

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    1. Il disservizio era “massimo” (!) in realtà, per ora è sistemato via cellulare.
      Ci sono previsioni su parassiti e cambiamenti climatici. Trovo che sarebbero più affidabili se ci fosse più ricerca e non solo nei paesi ricchi (refrain).
      Comunque l’anno scorso la FAO ha pubblicato una rassegna – https://www.fao.org/documents/card/en/c/cb4769en – ma ho letto solo il Summary for policymakers

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      1. Ok, grazie. Nel frattempo mi stavo salvando la bibliografia dell’insight ‘The limits of forest carbon sequestration’ su Science e dell’articolo di Anja Rammig su Nature per leggerli con calma. Poichè non ho l’accesso per Cabon (però ho recuperato la sua tesi su DART-Europe, male non fa) e volevo approfondire un po’ quel ‘decoupling’ su Phys.org ne parlano se interessa.
        Curiosamente al termine della pagina c’è un invito ad approfondire tra cambiamento climatico e mortalità degli alberi che porta a questa mappa.

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