Proposta di riforma

Il giorno di Ferragosto, La Verità ha fatto la réclame a un’ovvia ciofeca sui vaccini contro il covid e al trio di incompetenti che per $300 l’avevano appena scaricata in un raccoglitore di ciofeche sui vaccini.

La demolizione è stata istantanea e particolareggiata, complimenti ai quattro nettascienza moschettieri.

Per gli ingenui e i ciarlatani tuttavia, lo studio “peer-reviewed” da colleghi di pari incompetenza resta al suo posto a generare bufale pericolose per la sanità pubblica. In attesa di una riforma della peer-review di cui sento parlare da 40 anni o del suo abbandono (sarebbe peggio, temo), le riviste serie hanno da risolvere la faccenda delle ritrattazioni che arrivano tardi o mai.

(Sarei per chiamarle “withdrawals” quando sono fatte da autori in buona fede. Per ora è raro che lo siano tutti quanti.)

One of 127 papers faked in India. Fonte: Science Chronicle, 13 luglio 2019

A proposito dei tre incompetenti, sui social qualcuno ricordava la frode di Andrew Wakefield per correlare l’autismo al vaccino trivalente, all’origine del movimento anti-vax attuale. Richard Norton, il direttore del Lancet, aveva rifiutato di ritrattarla per dodici anni, nonostante la ritrattazione – parziale – dei co-autori e un processo per diffamazione intentato e perso da Wakefield. E rifiuta tuttora di ritrattare i falsi di Paolo Macchiarini nonostante la richiesta dell’istituto Karolinska e di alcuni co-autori.

The Lancet è un dei casi peggiori, ma la sola Elisabeth Bik ha collezionato migliaia di casi analoghi e su PubPeer sono decine di migliaia. Le ritrattazioni invece…

Oggi Holden Thorp, il direttore di Science, spiega nell‘editoriale perché sono così lente. Nel rispetto delle linee-guida (e per evitare processi) quando Science riceve una segnalazione,

  • il nostro primo passo è contattare gli autori. Il più delle volte, negheranno il problema o insisteranno sul fatto che possa essere risolto con una piccola correzione. Per la maggior parte del tempo, sappiamo che nessuna delle risposte è soddisfacente, ma prima di passare alla ritrattazione, dobbiamo contattare le istituzioni degli autori perché non siamo un organismo investigativo. Ancora una volta, la risposta più probabile che otterremo è inconcludente, sempre che ci sia una risposta.

Quando la risposta c’è, arriva spesso dopo anni. D’altronde alle istituzioni conviene evitare una brutta reputazione e i processi, soprattutto in USA.

  • Allora l’alternativa qual è? […] La soluzione sarebbe che le università, il governo federale, le agenzie di finanziamento e le riviste si unissero e concordassero sul fatto che queste indagini dovrebbero essere un processo in due fasi. La prima fase dovrebbe valutare la validità della pubblicazione senza attribuire colpe. L’università si sentirebbe quindi libera di determinarne la validità prima di tuffarsi in un’indagine lunga e più complicata sull’illecito sottostante. Se la pubblicazione non è valida, può essere ritrattata molto più rapidamente.

Thorp chiede il parere di Elisabeth Bik, “l’eminente difensora dell’integrità della ricerca”, che è d’accordo. Ma quando la rivista è diretta da qualcun* come Richard Norton, l’alternativa qual è?

Nelle news, Jon Cohen racconta gli sforzi di ricercatori cinesi per pubblicare, possibilmente su Nature, ciofeche in cui rintracciano l’origine del Sars-Cov-2 e della pandemia di covid “ovunque ma non qui” – come desidera il governo.

Per altri motivi di scetticismo sulla produzione scientifica, rimando a un tuffo di Smut Clyde in quella cinese e agli short di Leonid Schneider.

*

Su Science Advances, Adam van Casteren e altri autori di “The cost of chewing: The energetics and evolutionary significance of mastication in humans” derivano implicazioni un po’ esagerate dai propri risultati – trovo – ma hanno fatto un esperimento divertente. Vien da masticare a vuoto mentre si legge… Com. stampa dell’università di Leida.

8 pensieri riguardo “Proposta di riforma

  1. Abbandonare il sistema peer-review, per quanto fallace, sarebbe probabilmente peggio (condivido). E se invece si tentasse di estenderlo? Non intendo dire aumentare il numero di revisori o modificare il sistema di revisione in se (pur ipotizzabile), ma creare gruppi di scienziati omogenei per disciplina, che una volta pubblicato il lavoro esprimessero un sintetico giudizio di “attendibilità” anche solo in forma di punteggio del lavoro (per carità utilizzando il sistema decimale e non con quelle assurde lettere tanto care in certi ambiti). Ovviamente nel gruppo ci sarebbero anche gli incompetenti del settore, ma costituirebbero una minoranza a patto di riuscire a far si che questo genere di valutazione sia espressa da un numero significativo di persone. Forse.

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    1. Ci sono già gruppi di esperti che scrivono le reviews – gli articoli più letti e citati – e le riviste specializzate per materia che le pubblicano. Siccome non possono ritrattare nulla, la letteratura resta inquinata con conseguenti perdita di tempo e soldi – e nelle discipline biomed, di pazienti abusati.

      D’altronde vengono citati positivamente anche i paper con un bel “Retracted” in rosso sopra e le reviews che li criticano… Dagli anni ’80 leggo che andrebbe riformato l’intero sistema di produzione, le carriere e i finanziamenti basati sul publish or perish, brevetti, spin-off ecc. Finché alla maggioranza degli addetti va bene così, non penso che succeda.

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      1. Ciò a cui mi riferivo non è un sistema orientato agli esperti, quanto un modo per far percepire ai profani cosa è attendibile e cosa no. La comunità scientifica distingue i lavori inattendibili da quelli pregevoli, anche nella infinita gamma di sfumature. E anche quando, magari dolosamente, certi lavori farlocchi vengono citati a lungo alla fine perdono credibilità. Diverso è l’ambito non specialistico nel quale le fesserie non muoiono mai e la necessità di qualcuno che in prima istanza indichi cosa è “vero” è una esigenza.

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      2. Per le discipline biomed, in alcuni paesi ci sono siti istituzionali. Quello britannico è molto tempestivo (è anche nato da una decisione politica bipartisan…) – https://www.sciencemediacentre.org/about-us/

        In Italia quelli della FNOMCeO, dell’ISS, della fondazione Veronesi ecc. restano sul generico, forse per non rischiare querele. All’interfaccia scienza-media ci sono Open, Scienza in rete ecc. e un gruppo crescente di nettascienza free-lance. Una generazione fa, c’era solo il CICAP.
        L’offerta di “vero” mi sembra esserci più che mai, ma non influisce sull’offerta e la domanda di fesserie!

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      3. Il problema non è la mancanza di fonti alla quali attingere informazioni attendibili. Il problema è che la maggior parte di noi (occasionalmente tutti) non può o non è in grado di verificare adeguatamente le cose prima finire nella trappola di qualche imbonitore. Serve un’Autorità che stronchi determinate sciocchezze prima che prendano piede. Faccio un paio di controesempi: se entro in farmacia e trovo in vendita prodotti omeopatici sono indotto a credere che un qualche effetto non di tipo placebo lo abbiano, altrimenti “mica lo venderebbero in farmacia”; se un determinato prodotto quanto-entaglo-patico viene marcato con il bollino “dispositivo MEDICO” la casalinga di Voghera o il direttore di banca di Carrapipi penserà che qualcosa di medicamentoso ci sia.
        Lo so, piacerebbe anche a me, che non si dovesse ricorrere al principio di Autorità e che l’autorevolezza delle idee trionfasse sempre, ma ho la sensazione che nella vita reale non funzioni così.

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