Sensibilità climatica

Durante il picco dell’ultima era glaciale, 20 mila anni fa, la temperatura alla superficie delle terre emerse “alle basse e medie latitudini (tra 45 gradi sud e 35 gradi nord) si era raffreddata di 5,8 ± 0,6 gradi Celsius”, scrivono Alan Seltzer e altri paleoclimatologi su Nature. (Lettura gratis per adesso.) E chissene?

Be’, tanto per cominciare la specie se l’è vista peggio dei meno 2 °C stimati finora, e rischia di passarsela peggio in futuro.

Per ricostruire le temperature hanno usato la paleotermometria dei gas nobili sciolti in antiche falde acquifere di sei continenti, con un nuovo metodo di calibrazione. Il risultato conferma una ricostruzione della temperatura marina uscita l’anno scorso, che aggrega altri dati vicari (proxy) ottenuti con altre tecniche e metodi. Risultato: la “sensibilità del clima all’equilibrio” (ECS) dopo un raddoppio della concentrazione atmosferica di gas serra è di 3,4 °C.

Conferma anche la stima prevalente per l’ECS (3-3,5 °C) messa in dubbio da alcune ricostruzioni molto apprezzate dai negaioli. Prese per buone, non è il caso di preoccuparsi anche se da 280 ppm di CO2 equivalente nel 1860 siamo già passati a 460. Per la CO2 tout court siamo a questo punto:

Così la sensibilità del sistema Terra (ESS), che tiene conto dei feedback lenti, supera i 5 °C, e i 4,5 °C stimati dalla collaborazione europea PLIO-ESS.

Com. stampa dello Scripps.

La nuova leva

Ogni tanto segnalo i paper di giovani economisti per la “climate justice”, capeggiati da Julia Steinberger, ma se la seguite su Twitter, sapete che ne escono molti altri – quasi tutti in open access.

Questo è insieme timido e ambizioso.

Su Nature Communications, quindi gratis, lo studente svizzero Lorenz Keyßer e il prof. in Australia Manfred Lenzen propongono un “modello semplice” – insistono a lungo sui limiti – per calcolare i benefici in termini di benessere globale e gli svantaggi per il PIL dei paesi ricchi di “nuovi percorsi di mitigazione” della crisi climatica.

Politicamente, saranno difficili da mandar giù in “un sistema socio-economico capitalista”, scrivono, ma vanno “tenuti in considerazione” perché riducono le disuguaglianze, e non si basano su future tecnologie per catturare la CO2 dall’atmosfera.

Thread di Lorenz Keyßer.

A proposito di soluzioni tecnologiche future, Nature pubblica un editoriale che esorta a fare più ricerca in “geoingeneria solare” perché il tempo per restare entro più 1,5-2 °C a fine secolo sta per scadere. E al contempo, pubblica un commento di Cécile Girardin e firme più celebri (Myles Allen, Simon Lewis ecc.) sull’urgenza e l’efficacia di ridurre le emissioni, e di aumentare gli investimenti per proteggere e ripristinare gli ecosistemi terrestri che catturano naturalmente il carbonio.

Da Real Climate, Gavin Schmidt spiega perché tre paper sull’instabilità della calotta glaciale nell’Antartide occidentale portano a stime diverse dell’aumento del livello del mare in futuro – e perché sono così incerte. E’ complicato, ma

Remember that the biggest uncertainty is still the emission scenario, and the higher the scenario in terms of global warming, the more uncertain the ice sheet contribution is.

***

I dati falsi di Jonathan Pruitt

Daniel Bolnick racconta quello che succede al direttore della rivista scientifica The American Naturalist, quando gli vengono segnalati “problemi” nei paper di un suo amico e una volta co-autore.

3 pensieri riguardo “Sensibilità climatica

  1. Diciamolo chiaramente, Keyßer auspica una volontaria e pianificata “degrowth” dei Paesi sviluppati. Per quanto si possa essere ottimisti, al momento appare utopia. Ed è un peccato non solo per il clima, ma anche perché sarebbe necessario cambiare paradigma economico per evitare il collasso dell’attuale sistema. Sempre che si sia ancora in tempo.
    Prova a immaginare dei politici in campagna elettorale che affrontano questi temi…

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      1. Ah, certo, in teoria tutto è possibile, mi pare però che troppi politici riescano facilmente a raccogliere consensi con altre agende… E il tempo stringe.

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