Come farsi la réclame

Clara Locher, Dorothy Bishop, Florian Naudet e gli altri autori di “A survey of biomedical journals to detect editorial bias and nepotistic behavior” si sono appena inimicati un bel po’ di baroni.

Oltre agli amministratori che li promuovono in base al numero di pubblicazioni.

Nel 2016, la nettascienza Dorothy Bishop notava la frequenza insolita con la quale alcuni ricercatori pubblicavano nella stessa rivista.

Nel 2018, John Ioannidis et al. scoprivano che 265 autori riuscivano a pubblicare oltre 90 articoli all’anno e calcolavano la Percentage of Papers by the Most Prolific author (PPMP) che definiva gli “iper-prolifici”.

  • Il loro numero è aumentato di 20 volte tra il 2001 e il 2014 […] mentre nello stesso periodo il numero totale di autori aumentava 2,5 volte.

All’inizio della pandemia, notavano tra molto altro Clara Locher, Florian Naudet et al., quasi tutti gli articoli di Didier Raoult uscivano su tre riviste dirette dai suoi assistenti e co-autori Rolain e Gautret, dopo una peer-review istantanea.

Pochi mesi dopo, Dorothy Bishop notava l’iper-produttività di Mark Griffiths, uno psicologo restio a condividere i propri dati in violazione delle regole stabilite dal comitato editoriale di cui fa parte. Incuriosita, analizzava la frequenza con la quale direttori e membri del comitato editoriale pubblicavano nelle 99 riviste che citavano più spesso Griffiths, e scopriva l’ancora più iper-prolifico Johnny Matson.

Anecdotes aren’t data

Hanno deciso di fare una ricerca meno settoriale, in base al protocollo descritto sul sito del Center for Open Science. Interessante. Per esempio in corso d’opera hanno aggiunto la selezione “research article” a quella iniziale “article”. Con un data-mining lessicale biomedico, hanno estratto un campione di 5.468 riviste e con un data-mining nominativo, trovato che

  • L’autore con il maggior numero di articoli in una data rivista è un giornalista (N = 767), e l’autore con il maggior numero di articoli di ricerca è un accademico (N = 252). Entrambi pubblicano in riviste serie [established] (rispettivamente The BMJ e Physical Review Letters) e sono membri dei rispettivi comitati editoriali.

Oltre alla PPMP hanno usato il coefficiente di Gini (disuguaglianze). Per gli “articoli di ricerca”

  • usciti tra il 2015 e il 2019, la media di quelli firmati dall’autore più prolifico era del 2,9%, ma nel 5% delle riviste era uguale o superiore al 10,6%. […] In un campione casuale esaminato manualmente, in 60 riviste l’autore più prolifico faceva parte del comitato editoriale.

I nomi! I nomi! (Tutti i dati sono su Osf, ma l’iscrizione è riservata a ricercatori/trici. Per altri nomi illustri, Torello Lotti per esempio, rif. “Elsevier’s pandemic profiteering” di Smut Clyde, da For better science.)

Morale: dirigere una rivista “dalle pratiche editoriali discutibili” garantisce una revisione veloce e indolore, e una brillante carriera perché gli amministratori premiano la quantità.

Réclame ingannevole

I danni causati in Italia dai falsi di Raoult (campione francese di autopromozione), Rolain et al., e tuttora presenti nella rivista diretta da Rolain, sono appena stati pubblicati da Elettra Fallani, Simona Saponara et al. su Pharmacoepidemiology.

Tra i1 1 marzo e il 31 maggio 2020, scrivono, alla Rete nazionale di farmacovigilanza sono stati segnalati 306 eventi avversi dovuto all’uso improprio (off label) dell’idrossiclorochina contro il covid:,

  • il 54% non gravi e il 46% gravi, metà di questi ultimi hanno richiesto un’ospedalizazzione o il suo prolungamento. La maggior parte sono guariti completamente (26 %) o in corso di guarigione, (45 %), e 9 casi sono stati letali. In tutto il 2019, sono stati segnalati 38 eventi avversi, 53% non gravi e 47% gravi, ma nessun decesso.

Nove decessi all’inizio del battage mediatico, chissà dopo.

Promozione

Quella delle BigPharma rasenta spesso la corruzione, si è visto bene in USA con gli oppioidi. Siccome lo sanno tutti, i ricercatori e gli amministratori della sanità – magari onesti – preferiscono comunque tacere sui propri conflitti d’interesse. Nella rassegna “Mapping conflict of interests: scoping review” sul BMJ, Susan Chimonas et al. mostrano i legami tra “l’industria della produzione medica” e “l’ecosistema sanitario” di 37 paesi.

L’Italia è compresa in “Europa”, e non ci sono i nomi né dei fornitori né dei compratori.

Fra i nettascienza di oggi, prevalgono le ricercatrici, sarà un caso.

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