L’arca di Darwin e altri animali

Comincio da ricerche rasserenanti. Darwin’s Ark è una fondazione di citizen science: una collaborazione tra genetisti del Broad Institute (Harvard-MIT), il lab di Elinor Karlsson all’università del Massachusetts, l’Associazione internazionale di consulenti per i comportamenti animali e svariate migliaia di proprietari di cani.

Fondi permettendo, studierà anche i gatti e i loro proprietari.

Ci si iscrive, si risponde a un questionario, volendo si riceve un kit per prelevare saliva e cellule dalla guancia di Fido. Il genoma viene sequenziato e messo in una banca-dati pubblica. A pagamento o gratuitamente in cambio di risposte ad altri nove questionari, viene spiegato anche a lungo, certi bastardi (mutts, da qui la sezione “muttomics“) hanno ascendenze complesse…

Le ricerche più gettonate riguardano la personalità e i comportamenti delle varie razze, ma quelle più importanti sono esperimenti clinici con farmaci destinati non solo ai cani, per es. contro i tumori, alle quali si può candidare il proprio cane.

Su Science, è uscita quella più attesa anche se il titolo rischia di deludere i partecipanti umani convinti che i labrador sono geneticamente predisposti a sbranare pantofole, o i fox terrier a mordere la gente antipatica.

Ancestry-inclusive dog genomics challenges popular breed stereotypes

Qualche stereotipo resiste. In media un pastore tedesco tende a essere più ubbidiente di un bassotto:

e un San Bernardo meno agitato di un chihuahua.

Risultati in breve:

  • Abbiamo sondato i proprietari di 18.385 cani (49% di razza pura) e sequenziato il Dna di 2155 cani. La maggior parte delle caratteristiche comportamentali sono ereditarie [ereditarietà (h2) > 25%], ma… una razza ha uno scarso valore predittivo per gli individui: spiega appena il 9% della variazione del comportamento.

Nelle razze da compagnia selezionate per la loro estetica da un secolo e mezzo, i tratti fisici sono palesemente ereditari. Infatti i volontari umani sono bravi a riconoscere quella geneticamente predominante in un bastardo. Invece i comportamenti sono “lievemente” correlati alle funzioni svolte quando è iniziata la domesticazione – un effetto della selezione umana iniziata millenni fa: cacciare, tirare la slitta, custodire greggi ecc.

Il paper, dati compresi, è in open access e – paragrafi di genetica a parte – molto leggibile (ci sono tante piccole sorprese sulla socievolezza, sul rapporto con i propri giocattoli ecc., i questionari erano molto approfonditi!). Presentazione divertita di David Grimm al quale Kathleen Morrill dice, giustamente, che la razza è solo un modo di classificare i cani, non il più rilevante; recensione seriosa su Nature.

O’s digest

Anche “Food wanting is mediated by transient activation of dopaminergic signaling in the honey bee brain” di Jingnan Huang et al. è un paper darwiniano. Noi mammiferi, quando ci viene voglia di mangiare ciliegie – 48,50 euro al chilo stamattina al mercato… – ci aspettiamo un piacere legato al circuito (gratificante) della dopamina nel cervello.

E le api mellifere? Idem, anche se nell’evoluzione siamo separati da decine di milioni anni.

Gli autori hanno “monitorato” gruppi diversi di api che conoscevano una fonte di cibo, danzavano per avvisarne le altre, andavano a bottinare e tornavano indietro.

Le avevano allenate a cibarsi da vaschette contenenti acqua e sciroppo di saccarosio. Le catturavano via via, le congelavano in azoto liquido e poi ne misuravano i livelli cerebrali di serotonina e di dopamina e comparavano quelli durante la danza che indicava la fonte (dopamina alta), una volta finita (bassa), all’andata verso la vaschetta (alta), mentre si cibavano (calante) e al ritorno (minima).

  • Mostriamo che un sistema dipendente dalla dopamina viene attivato temporaneamente nel loro cervello da un maggior appetito e dal ricordo individuale di fonti proficue di cibo sia mentre volano verso di esse che durante la danza dell’addome (link aggiunto).

Ne concludono che

  • gli insetti condividono con i mammiferi meccanismi neurali che codificano (encode) il desiderio di stimoli con un valore edonistico positivo.

Nella “prospective”, Jair Garcia e Adrian Dyer citano esperimenti in cui le api riconoscevano e ricordavano gli odori, e singole api, perfino della stessa arnia, che avevano comportamenti diversi. Scrivono che in Espressione delle emozioni nell’Uomo e altri animali, Darwin ipotizzava che

  • l’evoluzione potrebbe favorire reazioni affettive che influenzano il comportamento e quindi la fitness individuale

e che Huang et al. lo confermano.

Avranno ragione tutti quanti. Però l’esperimento sembra dimostrare che i neuroni dopaminergici erano stimolati dalla danza e dalla fame, non da una reazione affettiva che il cibo avrebbe procurato, o dal suo valore edonistico.

In natura le fonti “proficue” sono varie e cambiano di continuo. Se un’ape ricorda il nettare aromatico del caprifoglio o del corbezzolo perché dovrebbe desiderare il saccarosio che sa di niente?

*

Il resto è meno allegro.

Dall’anno scorso un ceppo del virus H5N1 dell’influenza aviaria “altamente patogeno” sta circolando in quasi tutto il mondo e fa stragi di polli (letalità attorno al 100%) dove non vengono vaccinati. Michelle Wille e Ian Barr vorrebbero che fosse preso sul serio. Che ci fosse un coordinamento mondiale di sorveglianza, prevenzione diminuendo la densità degli allevamenti e con campagne di vaccinazione. Finora gli umani contagiati sono di solito asintomatici e non contagiano altri umani, ma domani?

Da abbinare al paper di Carlson et al. che segnalavo di corsa l’altro ieri, anticipato da Nature in pdf – lettura gratuita:

Climate change will drive novel cross-species viral transmission (link alla bozza, nel caso il precedente mostri solo la prima pagina)

o almeno all’articolo di Ed Yong (h/t radioprozac)

Come se non bastasse, su Science esce il paper di Justin Penn e Curtis Deutsch sui rischi di estinzione “climatica” delle specie marine per via dell’aumento della temperatura e del calo dell’ossigeno, nei soliti scenari socio-economici per le concentrazioni di gas serra. E’ in open access, cito solo due frasi dell’abstract:

  • Le specie polari sono a maggior rischio, ma la ricchezza biologica locale declina di più nei tropici. Ribaltare la tendenza delle emissioni ridurrebbe i rischi di oltre il 70% e preserverebbe la biodiversità marina accumulata negli ultimi 50 milioni di anni di storia dell’evoluzione.

Chissà se nel modello aggiungevano inquinamento e acidificazione… Finale del commento di Malin Pinsky e Alexa Fredston:

  • Poiché le estinzioni marine non sono progredite alla velocità di quelle terrestri, la società può ancora invertire la rotta. Dove starà il futuro tra gli scenari “caso migliore” e “caso peggiore” sarà determinato dalle scelte sociali non solo in materia di cambiamenti climatici, ma anche di distruzione degli habitat, pesca eccessiva e inquinamento costiero.

Per il momento le società in grado di scegliere preferiscono distruggere e inquinare sempre più habitat in mare e in terra.

***

Un amico segnala un articolo di Politico su Greta Thunberg “politicizzata” durante la pandemia dai rapporti con i/le giovani di Climate Justice. E’ vero, credo, che rifiuta di parlare a nome loro nei media. Non può farlo nessuno: è un’alleanza di Ong e associazioni molto diverse, nate spesso prima di lei e in prevalenza di paesi poveri o regioni povere di quelli ricchi (il “Sud globale).

Ne fa parte anche Action Aid, per dire.

Condividono idee e lotte – per i diritti umani, contro le discriminazioni e le disuguaglianze – ma non tutte. A volte non è possibile perché la partecipazione/adesione di associazioni o Ong straniere è illegale, come in Cina, in Russia o in India. A volte le lotte richiedono competenze molto specifiche, basti pensare ai processi intentati dalle vittime delle Big Oil nel delta del Niger o da tribù dell’Amazzonia contro decreti del governo federale brasiliano.

Da quello che so, lei ne è stata porta-voce in conferenze internazionali ogni volta che glielo hanno chiesto.

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